PERCHÈ, PRIMA O POI, UNA CURA LA TROVANO... MA NEL FRATTEMPO DIAMOCI UNA MANO PER NON PERDERCI NELLA NOTTE

mercoledì 4 settembre 2013

RICCARDO E ARGUS 2


Riccardo è affetto dalla Retinite Pigmentosa. La vista gli è stata tolta molto presto dalla malattia.  È inclemente questa belva, non lascia scampo alla retina. Porta buio, ma non solo. Alcuni pazienti che hanno completamente perso la capacità di vedere, a volte devono sopportare scherzi terribili da parte delle loro retine. Nel buio perenne può capitare, per qualche strana ragione, che le dormienti cellule fotorecettrici inizino a trasmettere luce e lampi di intensità insopportabile. Ma da questi potenti bagliori non si può fuggire, non basta chiudere gli occhi per non vederli. Vengono da dentro, dalle retine, e squarciano la perenne notte con fitte dolorose. Una trappola da cui non si fugge.

Riccardo decide di sottoporsi ad un intervento pilota, per non dire pionieristico. Il prof Stanislao Rizzo, della AO di Pisa, assieme alla sua equipe dovrà fare qualcosa che, fino a pochi decenni fa, era pura fantascienza. Impiantare un chip sulla retina spenta di Riccardo, collegandola al tessuto nervoso. Questo chip è a sua volta connesso via radio anche con un trasmettitore, montato su occhiali da sole quasi del tutto normali, se non fosse che nascondono,  dove c'è il ponte che unisce le due lenti, una microcamera. Questa ha il prezioso compito di riprendere ciò che gli occhi di Riccardo dovrebbero vedere. Le immagini raccolte vengono inviate in tempo reale ad un computer, agganciato alla cintura, di dimensioni simili a quelle di un normale borsello da uomo. Qui vengono convertite in sequenza di impulsi elettrici e la codifica ottenuta viene inviata via radio al chip montato sulla retina dell'occhio destro. È infatti questo l'occhio “battezzato” per l'intervento. Per ovvie ragioni se ne impianta uno solo, lasciando l'altro per eventuali nuovi approcci.
Attraverso le connessioni del chip con le cellule bipolari della retina gli impulsi elettrici che giungono al micro chip vengono infine inviati al nervo ottico e, da qui, al cervello.
Sulla carta questo è quello che dovrebbe accadere.

L'intervento inizia. E' lungo e prevede l'anestesia generale? Si tratta di una vera e propria opera d'arte quella che il prof Rizzo esegue, sotto gli attenti occhi e la guida Dr.ssa Maura, l'ingegnere biomedico della Second Sight che ha sviluppato questo prodigio tecnologico. Dopo 5 ore di intenso e delicato lavoro l'intervento si conclude.
Riccardo si sveglia e affronta con serenità i giorni di recupero post operatorio. L'occhio è infiammato, gli fa ovviamente male: la terapia cortisonica che gli viene prescritta cercherà di contenere il gonfiore e l'eventuale rigetto del chip. Si tratta pur sempre di un corpo estraneo introdotto in una struttura che potrebbe riconoscerlo come non gradito.
I giorni passano, le ferite guariscono completamente e, finalmente, arriva il momento della verità. 
Verrà acceso Argus 2.
C'è tanta attesa ed apprensione. Funzionerà? Cosa succederà? Sarà doloroso? Sarà di qualche utilità nel migliorare concretamente la qualità di vita di Riccardo o saranno state solo inutili le sofferenze dell'intervento? 
Non solo chi ha preso parte a questa avventura è in attesa: tutto l'ospedale di Pisa, circa cinque mila persone, sta letteralmente col fiato sospeso.
I medici e gli ingegneri di Second Sight danno l'ok: Riccardo indossa gli occhiali e Argus viene acceso.
Le belle notizie volano veloci e dirompono come fulmini a ciel sereno. In un attimo l'intero ospedale esulta.
Riccardo vede qualcosa. 
Di nuovo!

Oggi lui è qui davanti a noi, soci ATRI e non, a raccontare quegli attimi.
Al suo fianco ci sono le persone che hanno reso possibile questo grande regalo.

“Quel giorno, in cui dopo tanti anni ho rivisto, mi sono sicuramente emozionato”, racconta a noi mentre lo ascoltiamo col cuore che già batte forte e con le prime lacrime pronte a rigar i il volto. E con la voce che improvvisamente si rompe per la potente emozione lui continua "al di là di ogni altra cosa, appena ho iniziato a vedere di nuovo ho subito iniziato a cercare una sagoma in particolare, che ancora non avevo mai visto perchè quando è nata già non ci vedevo più. Si tratta della sagoma di mia figlia". Personalmente non ho saputo più trattenermi ed un singhiozzo, insieme a copiose lacrime, hanno svelato la mia commozione.
Riccardo ora può vedere delle sagome in bianco e nero e questo gli consente di riuscirsi a orientare con maggiore facilità e precisione, sebbene il bastone sia ancora uno strumento fondamentale.
“Ora vedo la forma della testa, la sagoma delle spalle, la linea di una macchina o di un altro veicolo. Quando entro in un bar posso girare la testa e parlare direttamente al barista senza dover chiedere il caffè a qualcuno, magari girando la faccia dalla parte opposta". Prosegue poi, "pure in treno, se non è troppo affollato, alle volte riesco ad individuare un posto libero e distinguerlo da quelli occupati, anche se prima di sedermi per sicurezza chiedo e allungo una mano. Sai la figura sederai su una borsa o su una signora che non ho visto...”, e tutti scoppiamo in una risata che allenta la tensione che i nostri cuori hanno caricato ascoltando le sue parole.
Ma non è stato proprio tutto facile per Riccardo. Dopo aver acceso Argus è iniziata la parte più difficile della storia. Imparare a usare la vista artificiale non è una passeggiata. Noi si è abituati a muovere gli occhi per cercare qualcosa o per seguire oggetti in movimento, e il nostro cervello ha ben consolidato questo tipo di meccanismo. Imparare a guardare le cose e a studiare l'ambiente circostante usando questo terzo occhio, fissato nel mezzo della faccia, non è proprio diretto ed intuitivo.
“CI vuole pazienza, esercizio, ma ci si riesce. E poi”, concliude Riccardo “dopo anni nel buio totale io faccio tutto quello che posso perchè ora ci vedo. Ci vedo, capite?! Ora è tornata la luce a farmi compagnia”.

Non mi stancherò mai di ripeterlo. La scienza e la tecnica sono quanto di più prezioso l'intelletto umano ha prodotto. Costituiscono gli strumenti fondamentali per migliorare il nostro futuro e garantire il successo della specie bipede più bizzatrra che esista, a cui la natura ha donato un estro formidabile su cui plasma la sua fortuna. La versione installata su Riccardo si chiama Argus 2 in quanto rappresenta una seconda generazione di chip, e questo la dice lunga sulle potenzialità che potrebbe avere l'Argus n-esimo, un giorno di un futuro molto più prossimo di quanto potremmo aspettarci. Le cose nella scienza cambiano a ritmi frenetici: quello che ieri era follia di un visionario domani potrebbe già essere stato superato, e le frontiere dell'ingegneria biomedica hanno confini che sempre più frequentemente debbono essere riscritti. E così, se l'attuale Argus 2 consente di vedere sagome in bianco e nero, il futuro ci porterà impianti che permetteranno di vedere magari in 3D e a colori. 
E sono le anime coraggiose e caparbie come Riccardo a far si che questa corsa per la lotta a queste terribili malattie possa diventare concreta e, un giorno, risolutiva.

Video 1 (descrizione impianto chirugico)
Video 2 (Storie di vita coraggiosa)






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